Nel mondo aziendale, soprattutto in Italia, il fallimento è spesso visto come qualcosa da evitare, nascondere o dimenticare. Eppure, è proprio nelle esperienze più difficili che si nasconde il maggiore potenziale di crescita.
Qualche anno fa ho vissuto in prima persona un’esperienza che, a tutti gli effetti, può essere definita un fallimento professionale.
Ero entrato in un’azienda con un ruolo di responsabilità, con l’obiettivo di portare competenze manageriali, struttura e strumenti. Tuttavia, fin dall’inizio è mancato un elemento fondamentale: una chiara condivisione della visione e delle aspettative tra me e la proprietà.
L’azienda aveva una forte impronta padronale e, nonostante i tentativi di confronto, la comunicazione risultava complessa e poco allineata. Questo ha portato a una situazione paradossale: alcune delle azioni che stavo portando avanti, pur essendo corrette dal punto di vista tecnico e manageriale, non erano coerenti con ciò che realmente la proprietà si aspettava.
In quel contesto, ho comunque deciso di investire sulle persone. Ho introdotto approcci analitici alla risoluzione dei problemi, ho lavorato sulla definizione di progetti strutturati e ho iniziato a trasferire concetti come la teoria dei vincoli. L’obiettivo era creare competenze e lasciare un impatto positivo, anche in un contesto non ideale.
A un certo punto, però, è diventato evidente che la situazione non stava evolvendo nella direzione giusta. Ed è lì che è arrivata una delle lezioni più importanti: saper riconoscere quando è il momento di fermarsi e cambiare direzione.
Quella esperienza si è conclusa, ma non è stata persa.
Il fallimento, se analizzato correttamente, diventa un acceleratore di consapevolezza.
Da quell’esperienza ho imparato che:
- senza una visione condivisa, anche le migliori competenze perdono efficacia
- la comunicazione va adattata all’interlocutore, non solo al contenuto
- spesso ascoltiamo per confermare ciò che pensiamo (bias di conferma), non per capire davvero
- esistono contesti in cui possiamo esprimere il massimo valore… e altri in cui è meglio non giocare
Ho anche capito che non tutte le battaglie vanno combattute fino in fondo. A volte, la scelta più strategica è cambiare direzione.
Ma soprattutto, ho imparato che il fallimento non è l’errore.
L’errore è non riflettere su di esso.
Nella cultura Lean esiste un concetto chiave: Hansei.
Hansei significa riflessione critica. Non una riflessione superficiale, ma un’analisi profonda e strutturata di ciò che è accaduto, con l’obiettivo di migliorare continuamente.
È uno dei pilastri del sistema Toyota Motor Corporation e del loro approccio al miglioramento continuo.
Applicato in modo pratico, Hansei si basa su tre domande fondamentali:
- Cosa tenere → quali comportamenti o scelte hanno funzionato e vanno consolidati
- Cosa eliminare → cosa non ha funzionato e va abbandonato
- Cosa migliorare → cosa può essere fatto in modo diverso per ottenere risultati migliori
Questo approccio permette di trasformare ogni esperienza, anche negativa, in un asset di crescita.
In un contesto sempre più complesso e incerto, il vero vantaggio competitivo non è evitare gli errori.
È imparare più velocemente dagli errori. Il fallimento, se gestito con consapevolezza, diventa uno strumento strategico. Ti permette di chiarire il tuo campo di gioco, migliorare le tue decisioni e allinearti meglio ai contesti in cui puoi creare valore
